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| Servici de la lenga occitana |
Progetti finanziati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nell'ambito del programma degli interventi previsti dalla Legge 15 dicembre 1999 n. 482 "Norme per la tutela delle minoranze linguistiche storiche" coordinato dall'Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte.


 Ideazione, Coordinamento editoriale, editing Ines Cavalcanti

Progetto grafico Open Lab, Firenze
 Tecnologia Smallcodes, piattaforma per il trattamento digitale delle lingue meno usate
Testi tratti dal volume "Lhi pelassiers" di Alberto Bersani e Franco Baudino, Collana Viure lo Paìs, volume n. 9
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Lhi pelassiers |
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| Introduccion |
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| Lhi a mai que vint ans -era lo novembre dal 1984- lo Musèu Nacional de la Montanha "Duca degli Abruzzi" de Turin publiava, dins la colana di siei cahiers, un libre dal títol "Mestieri tradizionali fr... [continua...]
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 Lhi a mai que vint ans -era lo novembre dal 1984- lo Musèu Nacional de la Montanha "Duca degli Abruzzi" de Turin publiava, dins la colana di siei cahiers, un libre dal títol "Mestieri tradizionali fra rocce e dirupi". Aquò acompanhava una exposicion que portava lo mesme títol, que se seria puei dubèrta gaire de temp après. Perqué aquesta remanda? Perqué dins l'introduccion al libre lo director Aldo Audisio se refasia a un document dal 1686 plen de suggestion que reportava, alora coma enquei, al tèma di mestiers de la montanha. Dins aquela ocasion lo riferiment anava a lhi mestiers de la montanha menc abitaa e desvelopaa, aquela que se tròba al de sobre de lhi insediaments permanents de l'òme: parlava donc de pastres, minaors de cavas e minieras de auta montanha, chaçaors, guidas, reculhaires d'èrbas e un baron d'autri, comprés lhi vipriers. Dins aqueste libre se parlarè d'un autre trabalh que, diferentement d'aquilhi, bèla se avia coma protagonista la gent de montanha, es estat fortement liat a la migracion sasonala vèrs la plana: aquel di pelassiers o reculhaires de pels, singular patrimòni d'Èlva. Qual es l'element que lia aquesta categoria an aquel vielh document? Se sòna pauretat, de bòt que la lhi a vera misèria, val a dir aquel ensem permanent de risques e dificultats, fins a la broa de la sobrevivença, que totjorn a caracterizat la montanha e de la qual lo vielh tèxt era una testimoniança exemplara. Son aquestas condicions de besonh que pòrton las personas a far lhi mestiers pus diferents, sovent dròlles, ente sie que se tròbon: en colina coma en la plana, dins un vilatge coma dins de grandas vilas, en pàtria coma a l'estrangier. Donc, anem-lo lèser aquel document. Es salhit da un manescrich conservat dins una colleccion privaa e regarda la comunitat de Balme en Val Estura de Lans. Ditz: "narra la povera e Miserabile Communità di Balme, Valle di Lanzo, ultima terra Confinante con quella della Savoia Hauer, in diversi tempi patito gravi inondationi d'acque si dal fiume stura che da ritani ruuinosi provenienti dalli Alpi e Montagne vicine, dalle quali non solo stati abdotti li terreni fruttiferi de pochi Campi e Pratti, ma anche li raccolti de fieni, segla et ordio ne medesimi esistenti, onde li Poueri habitanti sono stati ridotti all'ultimo stato di Miserie...". Aqueste quadre poeria s'adaptar tranquilament a qual se vuelhe valada alpina. Totas an coneissut de situacions com'aquò, per un motiu o per n'autre: chalanchas, escaiàs, ruïnas, sasons de secheressa, aluvions, fuecs, epidemias, son da sempre estats factors presents dins l'estòria de las Alps. Las consequenças? La necessitat de trobar de trabalhs diferents d'aquel de la campanha e de l'enlevatge típics de la societat de la montanha. D'aici la naissença e lo florir d'un baron de mestiers, segond las possibilitats que la montanha mesma, ma decò d'autras realitats polion ofrir; sobretot se a cadença sasonala, es a dir entre lo tard auton e lo començament de la prima, quora al país lo trabalh lo fasia l'uvèrn. E, de segur, es ben aquesta la regla, mas totun manca ren l'excepcion: aquela de trabalhs sasonals que polion crèisser ental temp fin a devenir l'activitat principala e remplaçar lhi trabalhs tradicionals e l'abitual biais de viure, fins a se far vera e pròpria profession permanenta. Sensa tradir la montanha, al contrari, aquesti mestiers son intrats a tala mira a far part de la tradicion alpina da l'enrichir e la caracterizar, coma components fondamentals d'aquela societat, decò dessot l'aspèct econòmic. Lo mestier di pelassiers d'Èlva es part d'aquesta categoria e combina, dins son estòria, lhi dui aspècts, sie aquel sasonal sie la progressiva transformacion a profession permanenta, abo lo resultat de remarcar encara de mai son unicitat. A la singularitat dal cas contribuisson tamben la situacion geogràfica d'Èlva (un país pichòt e isolat, de auta montanha, ma qu'esvilupa un'activitat que pòl portar sa gent al delai de l'ocean) e, perqué pas, la belessa d'un luec ente lo païsatge natural e l'art de l'òme son estats bòns a ofrir un'extraordinari abinament. Abo tot aquò ensem, coma ren contiar l'aventura di pelassiers en partent da natura, estòria e art d'Èlva?
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| Introduzione |
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| Più di venti anni fa -era il novembre 1984- il Museo Nazionale della Montagna "Duca degli Abruzzi" di Torino pubblicò nella collana dei suoi Cahiers un volume dal titolo "Mestieri tradizionali fra roc... [continua...]
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| Più di venti anni fa -era il novembre 1984- il Museo Nazionale della Montagna "Duca degli Abruzzi" di Torino pubblicò nella collana dei suoi Cahiers un volume dal titolo "Mestieri tradizionali fra rocce e dirupi". Ciò in accompagnamento a una mostra analogamente intitolata, che si sarebbe inaugurata da lì a poco. Perché questo richiamo? Perché nell'introduzione al libro il direttore Aldo Audisio prendeva le mosse da un documento del 1686 pieno di suggestione e atto a introdurre, allora come oggi, il tema dei mestieri della montagna. In quella occasione il riferimento andava ai mestieri della montagna meno antropizzata, quella naturale che si trova al di sopra degli insediamenti permanenti dell'uomo. Chiamati in causa erano quindi i pastori, i minatori di cave e miniere di alta quota, i cacciatori, le guide, i raccoglitori di erbe, e tanti altri, compresi i viperai. In questo volume invece è protagonista un lavoro che, pur avendo come attore il montanaro, si lega alla migrazione stagionale verso la pianura: quello dei pelassiers o raccoglitori di capelli, singolare patrimonio di Elva. Quale l'elemento che consente di ricondurre anche questa categoria a quell'antico documento? Si chiama ristrettezza economica, povertà, talvolta miseria, vale a dire quel complesso permanente di rischi e difficoltà, anche al limite della sopravvivenza, che ha sempre caratterizzato la montagna e del quale quel testo riportava una testimonianza esemplare. Sono condizioni di vita che spiegano il fiorire presso i montanari di innumerevoli mestieri, spesso impensabili, svolti ovunque: in alta come in bassa quota, in collina come in pianura, in patria come all'estero. Leggiamolo allora. È tratto da un manoscritto conservato in una collezione privata e riguarda la Comunità di Balme, in Valle Stura di Lanzo. Dice: «Narra la povera e Miserabile Communità di Balme, Valle di Lanzo, ultima terra Confinante con quella della Savoia hauer in diversi tempi patito gravi inondationi d'acque si dal fiume stura che da ritani ruuinosi provenienti dalli Alpi e Montagne vicine, dalle quali non solo stati abdotti li terreni fruttiferi de pochi Campi e Pratti, ma anche li raccolti de fieni, segla et ordio ne medesimi esistenti, onde li Poueri habitanti sono stati ridotti all'ultimo stato di Miserie...». Il quadro che il testo offre potrebbe essere applicato tranquillamente a qualsiasi valle alpina. Non ve ne è una che non abbia conosciuto situazioni analoghe, variamente motivate: valanghe, slavine, frane, stagioni siccitose, alluvioni, incendi, epidemie, sono tutti fattori ricorrenti della storia delle Alpi. Conseguenze? Il ripetuto manifestarsi, ovunque, di stati di necessità tali da rendere indispensabili attività lavorative sussidiarie o addirittura alternative a quelle agro-pastorali tipiche della società montanara. Da qui il nascere e il moltiplicarsi di tanti mestieri, secondo le opportunità che la montagna stessa ma anche il piano potevano offrire; soprattutto se a cadenza stagionale, cioè praticabili fra tardo autunno e primavera in coincidenza con l'invernale sonno dei monti. È questa anzi la regola. Alla quale però non manca l'eccezione: quella di lavori stagionali capaci di crescere fino a diventare l'attività principale e a soppiantare l'avita dedizione alla terra e al bestiame, fino a farsi vera e propria professione permanente. Senza però tradire la montagna. Entrano, anzi entrarono, questi mestieri nella tradizione alpina tanto da arricchirla e caratterizzarla quale componente fondamentale di quella società, anche sotto l'aspetto economico. Il mestiere dei pelassiers di Elva fa parte di questa categoria, anzi compone nella sua storia i due aspetti. Vi coesistono infatti sia l'originaria stagionalità sia il progressivo manifestarsi di una stabile professionalità, col risultato di accentuare ancora di più la sua unicità. Alla singolarità del caso contribuiscono altresì la localizzazione (un isolato piccolo paese di alta montagna che sviluppa una attività capace di travalicare l'oceano) e, perché no, la bellezza di un luogo dove il paesaggio naturale e l'arte dell'uomo sono stati capaci di offrire uno straordinario abbinamento. Con simili premesse, come non raccontare la vicenda dei pelassiers partendo da natura, storia e arte di Elva?
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| Natura estòria e art |
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| La comuna d'Èlva se tròba en Val Maira, dal cant de l'adrech ente, abo sas vinte- uech ruaas, pilha lo pòst d'un antic anfiteatre glaçial, aüra cubèrt de bòscs e prasturals. A nòrd se vai en Val Vara... [continua...]
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 La comuna d'Èlva se tròba en Val Maira, dal cant de l'adrech ente, abo sas vinte- uech ruaas, pilha lo pòst d'un antic anfiteatre glaçial, aüra cubèrt de bòscs e prasturals. A nòrd se vai en Val Varacha passant per lhi còls de Sant Peire(m.2284) e La Bicòca (m.2285), d'autri passatges collegon a est e ad oest lhi valons de Sant Michèl e d'Estròp. Quersuenh, La Marquisa e Lo Pèlvo, que se levon dessobre lhi 3000 mètres, marcon la cresta occidentala. L'anfiteatre es barrat a sud da un estrech e lòng valon, sonat la "comba", ente corre un pichòt riu que combalea l'aiga vèrs Maira. Aquela comba fai òrre e es chavaa dins un terren marin que s'es format la fai 200 milions d'ans e es salhit da la mar 65 milion d'ans passat per de tèrratrèmols. Aquò es demontrat da las traças de fòssils e da las ròchas estratifiaas e ben arquetaas que ponchon las lamas al cèl. Una via chavaa dins la pèira pend sus lo païsatge, resultat de cent ans de fatigas a partir da la premièra meitat de l'uech cent. Èlva a son centre a Lo Sèrre, a 1637 mètres d'altituda, pròpri ental metz de la larja conca. Son orígina nos ven d'una legenda: se còntia que quatre òmes -legionars romans o brigants en recèrcha d'un refugi segur e estremat- ne serion estats lhi mítics fondators. Una peira dal II sècle après Crist testimònia la presença di romans. Abo la decadença de l'Emperi, Èlva se tròba dins lhi territòris, que van da las Alps ai Pireneus, ente se forma la lenga d'òc e la civilizacion occitana. Dins l'atge mesan aquela pichòta comuna fai part, coma la resta de l'auta Val Maira, dal Marquesat de Saluces ma garda una fòrta autonomia ben garantia da lhi "Estatuts de la Val Maira". Ental 1601, abo lo tractat de Lion entre lo Ducat de Savòia e lo Rei de França, las tèrras dal Marquesat passon dessot lhi Savòia. La guèrra de succession d'Àustria ental XVIII sècle, enteressa decò lo territòri d'Èlva: lhi còls de Sant Peire e de La Bicòca son estats de passatges importants dins las campanhas militars dal 1743 e1744, combatuas en val Varacha, Maira e Estura. An aquela dal 1744 es liaa la via traversiera militar, puei dicha "di canons". Lo darrièr sècle a signifiat encara guèrra, portant a Èlva un pesant sacrifici d'òmes dins las doas guèrras mondialas e a completat aquelas profondas transformacions econòmicas e socialas devuas a l'abandon: 1300 lhi abitants ental 1911, menc de 100 enquei. L'isolament geogràfic e la debla economia de l'auta montanha, an ren totun impedit a Èlva d'exprímer un'extraordinària vivacitat artística, ne son testimòni l'armonia e l'arquitectura de sas ruaas e sustot la gleisa paroquiala de Santa Maria Assompta. Já presenta ental 1355, modifiaa e eslarjaa al lòng dal temp, la gleisa pòl vantar: un portal abo de decoracions esculturaas e pinturas a fresc dal 1400, una fònt dal batèsme esculturaa de la fin 1300, començament ‘400, un beneisier di fraires Chabriers de Palhier que pòrta la data 1463. L'arc triomfal dal presbiteri, a sest ponchut, es decò en peira e esculturat abo de feguras allegòricas a bas relieu, plenas de sens simbòlics. Totun la gleisa es tant famosa sobretot per las pinturas a fresc dal fiaming Hans Clemer, sonat ben pr'aquò "Magistre d'Èlva", qu'a trabalhat a lòng per lhi Marqués de Saluces a caval dal XV e XVI sècle e marca, en Piemont, la naissença dal Rinasciment. Las parets lateralas dal presbiteri còntion la vita de la Vèrge, aquela dal fond es dediaa a la grandiosa representacion de la Crucifixion e la vòlta a lhi Evangelistas arent de quatre Doctors de la Gleisa (una decoracion prencipiaa da un pintre de cultura tarda gòtica e completaa da Clemer).
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Pòs veire lo filmat |
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| Natura Storia e Arte |
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| Il Comune di Elva è sito nell'alta Valle Maira in sponda orografica sinistra dove, con la sua ventina di borgate, occupa quello che fu un anfiteatro glaciale, ora ricoperto di boschi e pascoli. I sov... [continua...]
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 Il Comune di Elva è sito nell'alta Valle Maira in sponda orografica sinistra dove, con la sua ventina di borgate, occupa quello che fu un anfiteatro glaciale, ora ricoperto di boschi e pascoli. I sovrastanti colli di Sampeyre (m. 2284) e Bicocca (m. 2285) lo mettono in comunicazione a nord con la confinante Valle Varaita, altri passi minori lo collegano a est e ovest con i paralleli valloni rispettivamente di Stroppo e di San Michele di Prazzo, i 3000 metri di Chersogno Marchisa e Pelvo ne segnano in modo inconfondibile l'orizzonte occidentale. L'anfiteatro si chiude a sud su uno strettissimo e lungo vallone detto la "comba", che ne convoglia le acque nel sottostante torrente Maira. Vero e proprio "orrido", il vallone è profondamente inciso in un suolo di origine marina, formatosi 200 milioni ed emerso 65 milioni di anni fa dal profondo del mare sotto l'effetto di immani movimenti tettonici. Ne sono traccia reperti fossili e evidente segno visivo le rocce, stratificate in pieghe possenti o in lame puntate al cielo. Il lato orientale è percorso dalla strada scavata nella viva pietra in quasi cento anni di perigliose vicende a partire dalla seconda metà dell'ottocento. Elva ha il suo capoluogo nella borgata Serre, 1637 metri di quota, al centro dell'ampia conca. L'origine di Elva è affidata alla leggenda. Quattro uomini -legionari romani o briganti in fuga alla ricerca di un rifugio inaccessibile- ne sarebbero i mitici fondatori. Una lapide del II secolo dopo Cristo testimonia la presenza dei romani. Con la decadenza dell'Impero Elva venne a far parte dei territori -dalle Alpi ai Pireneinei quali la nascita delle parlate romanze approdò alla lingua d'oc e alla civiltà occitana. Come tutta la valle, anche Elva riconobbe l'autorità dei Marchesi di Saluzzo, conservando però le orgogliose autonomie sancite dai famosi "Statuti della Valle Maira". Con il trattato di Lione del 1601 fra il Ducato sabaudo e la Corona di Francia le terre del Marchesato passarono alla sovranità dei Savoia. La settecentesca Guerra di successione d'Austria toccò anche il territorio di Elva: i colli di Sampeyre e di Bicocca ebbero un ruolo importante nelle campagne militari del 1743 e 1744, combattute nelle Valli Varaita, Maira e Stura. A quella del 1744 si lega la strada di arroccamento poi detta "dei cannoni". Il ventesimo secolo significò ancora guerra, imponendo a Elva un pesante tributo di caduti nei due conflitti mondiali e portando poi, nel secondo dopoguerra, alle note profonde trasformazioni economiche e sociali col conseguente spopolamento: 1300 gli abitanti nel 1911, meno di 100 oggi. L'isolamento geografico e la difficile economia di alta montagna non impedirono a Elva di eccellere in campo artistico come testimoniano l'armonia dell'architettura spontanea delle sue borgate e le opere d'arte di cui la Parrocchiale di Santa Maria Assunta è depositaria. La chiesa, già esistente nel 1355, assoggettata nel tempo a modifiche e ampliamenti, vanta: portale con decorazioni scultoree e affresco quattrocentesco, fonte battesimale scolpito di fine 300 e inizio 400, acquasantiera dei valmairesi fratelli Zabreri datata 1463, arco trionfale composto da formelle di pietra verde scolpite, ricche di significati simbolici. Ma la sua fama è legata agli affreschi di un pittore per secoli sconosciuto, detto il "Maestro d'Elva" e ora identificato nel fiammingo Hans Clemer. Operante alla corte dei Marchesi di Saluzzo tra la fine del ‘400 e l'inizio del ‘500, rappresenta in Piemonte uno dei primi segni del Rinascimento. Le pareti laterali del presbiterio raccontano la vita della Vergine, quella di fondo è dedicata alla grandiosa rappresentazione della Crocifissione, la volta agli Evangelisti accanto a quattro Dottori della Chiesa (una decorazione quest'ultima iniziata da un pittore di cultura tardo-gotica e completata da Clemer).
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| Lhi pelassiers |
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| Ental passat l'economia d'Èlva era facha d'agricoltura e de pastura e n'avia pas pro per donar da minjar a tant de gent. Mancava la tèrra, la lhi n'avia masque per tenir doas o tres vachas per familh... [continua...]
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 Ental passat l'economia d'Èlva era facha d'agricoltura e de pastura e n'avia pas pro per donar da minjar a tant de gent. Mancava la tèrra, la lhi n'avia masque per tenir doas o tres vachas per familha e, ben pr'aquò, al començament dal ‘900 na jornaa de tèrra a Èlva valia 1.200 Liras dal temp que a Savilhan ne'n valia 800. La diferença entre la quantitat de gent e las resorças desponiblas era tala que dins l'uvèrn bòna part de la gent chalia qu'emigresson per après retornar a la prima per lhi trabalhs de la campanha. Era sobretot lo cap familha a partir, de bòt se n'anavon decò lhi filhs mai grands per gavar de golas da esfamar e per donar na man a mantenir la familha. Ente s'anava? En Piemont e en Lombardia, ma decò e sobretot en França. Un bòt partits, que trabalhs polion far an aquel temp? Fasion lhi amolaires, lhi brustiaires, lhi marciers,... en virant per las campanhas de la plana. Per aquilhi qu'avion ren un mestier e fasion masque cònte sus la fòrça dal físic fasia mal far, per lor eron lhi trabalhs mai durs e penibles. Entre lhi dui extrèms, una terça possibilitat era lo comèrci. Es aquí que s'es demostraa l'inteligença, l'iniciativa e la bòna capacitat de nòstra gent de montanha de sobrar las diferenças de lenga e de cultura e de s'inventar de novèls mestiers da far luenh de maison dins la sason mòrta. Parelh, en Val Maira, son naissuts lhi anchoiers de Cèlas, de Sant Damian, de Moscheras, de la Margarida e lhi pelassiers d'Èlva. Eron de mestiers que rendion ben e, de bòt que la lhi a, devenion lo trabalh prencipal d'aquela gent. Coma tot aquò sie prencipiat, degun o sa. Qualqu'un ditz que a Venéçia ental XVIII sècle, un soldat originari d'Èlva aie emparat lo mestier, e tornat al país après la patz de Campoformio dal 1797, l'aie mostrat ai compaïsans. D'autri dison que a París, a la fins de l'800, un chambrier emigrat d'Èlva, trobesse per azard d'americans a la recèrcha de pels per ne'n far de perrucas e parelh ele a pensat ben de lor semóner las jòlias tressas de sa sòrre e sas amisas. L'afar avia talament ben rendut qu'aquel chambrier a pensat de contunhar e lhi compaïsans lhi son anats après. Entre las doas versions, perqué ren laissar espaci an aquò que nos dion E. Dao e G. Eandi? Lo premier a descubèrt dins l'arquivi estòric comunal d'Èlva, que dins lhi ans 1828-1830 un conselhier de la Comuna era un tal Dao Giò Pietro "negoziante di cascami" (de pels). Lo segond, dins lo capítol Commercio dal siu "Statistica della Provincia di Saluzzo" (1835), repòrta a la votz Capelli un riferiment a dui negociants de pels de Saluces e Savilhan. Lo tèxt contiava de pels "acquistati dai parrucchieri o direttamente nelle campagne" entè eron sobretot "le contadinelle, che non isdegnano di sacrificare una lunga capellatura al prurito di ottenere un nastro, un fazzoletto od altro ornamento". Es ren present degun riferiment a Èlva, mas de fach es descrich lo trabalh di pelassiers, probabilment practicat en diferèntas comunitats (segurament Oncin en Val Pò), derant de devenir peculiaritat d'Èlva. Vai remarcat decò G. Rajna que, dins lo siu "Vito Gramo" (1991), sostén que la naissença d'aquel mestier se trobaria dins un autre mestier, aquel di marciers d'estòfas. Seria estat aquesta l'activitat originària. Lo marcier, nuflaa la possibilitat d'un marchat di pels, auria na brisa per bòt acoblat las doas causas, abo na man vendia estòfas e abo l'autra achatava lhi pels que après vendia ai grossistas. Aquò fins a quora la segonda activitat s'es demostraa mai convenienta, parelh que las estòfas son venguas un article da baratar. Coma la sie, es segur qu'aqueste mestier s'es afermat e es arrubat fins a la meitat dal sècle passat. Qualas sas características? Fondamentala era la capacitat de persuasion: chalia decidar las fremas a se privar de la chabelhaa en chambi de monea o mai sovent de lana, de charbo e sobretot d'un talh d'estòfa. Donc era necessari un bòn gaubi, que s'exprimia dins lo vestir curat e dins lo charme en qualqua maniera da seductor. La paura víctima era la frema, magara sobgestionaa dal nonci que la mòda volia lhi pels corts, mas dins la bòna part di cas portaa al sacrifici da la pauretat e dal desidèri d' aver un nòu faudil (se donava normalament decò un mochet per curbir la tèsta). L'arribava sovent que la maire vendesse lhi pels de las filhas, insensibla a las grimas. Era decò de granda importança de se ben desbrolhar abo la lenga e lhi dialècts locals, mas autant de poler devisar entre pelassiers sensa èsser comprés da degun; d'aquò la creacion d'un parlar ermètic e impenetrable, un gergòt que venia mostrat a lhi joves ensem al mestier. Ilh anavon luenh: tot lo nòrd d'Itàlia e, de bòt que la lhi a, al centre, mas qualqu'un calava fins en Calàbria o d'autri en França, Espanha e fins òutra en Escandinàvia. De documents parlon que vèrs lo començament dal ‘900 lo mai di pelassiers viresson las campanhas e sobretot las montanhas dal Vénet ente la qualitat di pels era bòna e se fasion de bòns afars. Lhi viatges lòngs eron fachs en tren e après, a pès, se batia lo territòri a l'entorn. De bissachas de ferpliera servion a cuelhir lhi pels, dins d'autri se butavon las peças d'estòfa da donar en chambi, un sac de tela grossiera servia da cubèrta per las nuechs passaas dins d'estables e de fenieras. Tota la marchandisa venia enmagasinaa sal pòst e a la fins de la sason la charjavon e la portavon a Èlva. Dins na sason un pelassier polia abaronar fins a 50/80 quilos de pels que après vendia a Saluces ente, fins a lhi ans '40, la lhi avia un bòn comèrci d'aquò e venion de grossistas d'en pertot per lhi achatar. Lhi pels venion valutats segond la finessa, l'onda, la color e la longessa. Eron venduts a pes ma las tressas mai lònjas eron tractaas a part e sus aquelas se polia ganhar ben de mai.
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| I raccoglitori di capelli |
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| Fondata sulle attività agro-pastorali, l'economia di Elva apparve sempre inadeguata a soddisfare le esigenze della popolazione residente, confinata in alta quota e in permanente lotta con il problema ... [continua...]
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Fondata sulle attività agro-pastorali, l'economia di Elva apparve sempre inadeguata a soddisfare le esigenze della popolazione residente, confinata in alta quota e in permanente lotta con il problema delle comunicazioni. Insuperabile il divario tra densità demografica e risorse. Unico rimedio l'emigrazione, largamente praticata dall'autunno alla tarda primavera quando il risveglio della natura richiamava il montanaro ai lavori agricoli. Partiva l'uomo adulto lasciando a donne, vecchi e bambini la cura di casa e stalla. Talvolta lo seguiva il figlioletto da poco decenne, collaboratore in taluni mestieri, in ogni caso due bocche in meno da sfamare al magro desco familiare durante il lungo inverno. Destinazione, per lo più Piemonte e Lombardia, ma pure e soprattutto la Francia. Quale l'offerta di lavoro? Privilegiati erano coloro che già disponevano di un mestiere, spesso attesi nei paesi e nelle cascine al loro passaggio stagionale: arrotini, bottai, bastai, cardatori di canapa, .... Difficile invece la situazione di chi, privo di una specifica "abilità", offriva soltanto buona salute e forza di braccia. Lo attendevano i lavori più umili. Tra i due estremi, un terzo sbocco: il commercio. Qui contavano lo spirito d'iniziativa unito alla capacità di entrare in relazione con il prossimo e possibilmente la disponibilità di un piccolo capitale iniziale per l'acquisto della merce. I risultati potevano essere molto soddisfacenti, continuativi e tali da far approdare il commercio itinerante e temporaneo ad attività stabili di notevole consistenza e redditività. La Val Maira offre in proposito il caso emblematico degli "anciuìe", i venditori di acciughe. E con esso il caso tutto elvese, non meno singolare, dei "pelassiers": i raccoglitori e venditori di capelli. Le origini restano indeterminate fra tradizione orale e leggenda. Se tale è senza dubbio il riferimento ad una favolosa fata dai capelli d'oro, si contendono la palma dell'autenticità due versioni. Una porta a Venezia e a lavoranti veneziani della fine del XVIII secolo con la variante di un soldato, tornato al paese nel 1797 dopo la pace di Campoformio, che sempre a Venezia avrebbe avuto la sua iniziazione. L'altra più plausibilmente conduce alla Parigi della seconda metà dell'800. Qui un intraprendente cameriere di Elva avrebbe sfruttato il casuale incontro con acquirenti americani di capelli, destinati alla fabbricazione di parrucche, per vendere loro le chiome della sorella e delle sue amiche. Tra le due versioni, come non lasciare spazio alle notizie che vengono da E. Dao e da G. Eandi? Il primo trovò negli Ordinati dell'Archivio storico comunale di Elva, citato tra i consiglieri comunali degli anni 1828-1830, tal Dao Giò Pietro "negoziante in cascami" (di capelli). Il secondo, nel capitolo Commercio del suo "Statistica della Provincia di Saluzzo" (1835), inserì la voce Capelli e riferì di due negozianti, rispettivamente in Savigliano e in Saluzzo, praticanti il commercio di capelli acquistati "dai parrucchieri o direttamente nelle campagne" dove sono in particolare "le contadinelle" che "non isdegnano di sacrificare una lunga capellatura al prurito di ottenere un nastro, un fazzoletto od altro ornamento". Non vi è alcun riferimento ad Elva ma di fatto si descrive il lavoro dei pelassiers, probabilmente praticato in diverse comunità prima di divenire prerogativa di Elva (fra esse sicuramente Oncino in Valle Po). Va menzionato anche G. Rajna. Nel suo "Vito Gramo" (1991) sostiene trovarsi la matrice dei raccoglitori di capelli in un altro mestiere, quello di ambulante di stoffe. Sarebbe stata questa l'attività originaria. L'ambulante, fiutata l'esistenza di un mercato dei capelli, avrebbe poco a poco abbinato le due operazioni, con una mano vendendo stoffe e con l'altra acquistando proprio i capelli che avrebbe poi rivenduto ai grossisti. Ciò fin quando la seconda attività si dimostrò più lucrativa e soppiantò la prima confinando le stoffe ad articolo di baratto. Comunque nato, è certo che il mestiere di pelassier si affermò e arrivò sino alla metà del secolo scorso. Quali le sue caratteristiche? Il mestiere comportava il lungo girovagare dai mesi di ottobre o novembre a maggio per paesi e campagne. Scopo, convincere le donne a privarsi della chioma in cambio di denaro, o più frequentemente di lana, canapa e soprattutto di un taglio di stoffa. Il materiale raccolto era ceduto a grossisti o lavorato per essere poi destinato alla fabbricazione delle parrucche. Fondamentale, per l'esercizio del mestiere, la capacità di persuasione. Occorreva quindi un certo stile, che si esprimeva nell'abbigliamento curato e nello charme in qualche modo da seduttore. Ne era vittima la titolare della capigliatura, magari suggestionata dall'annuncio che la moda aveva adottato i capel- li corti, ma più spesso spinta al sacrifico dalla sua povertà e dal desiderio di un nuovo grembiule (col complemento di un fazzoletto per coprire il cranio fino alla ricrescita della chioma). Né raro era il caso della madre che vendeva i capelli delle figliuole, insensibile ai pianti delle stesse. Importantissimo era sbrogliarsela con lingua e dialetti locali, senza i quali non ci sarebbe stata comunicazione ma era altrettanto importante poter dialogare fra pelassiers senza che gli altri comprendessero; da qui la creazione di un gergo impenetrabile il cui apprendimento faceva parte dell'iniziazione dei giovani quando entravano nel mestiere. Raggio d'azione? Estesissimo. Nord Italia in primo luogo, ma pure le Marche furono frequentate. Una predilezione esisteva per il Veneto, dove, secondo molte testimonianze, la qualità del capello e la povertà della gente andavano a braccetto. Anche l'estero era praticato: Francia, Spagna, persino Scandinavia. I tratti lunghi di viaggio erano percorsi in treno e poi, a piedi, si setacciava il territorio prescelto. Sacchi di iuta servivano a raccogliere i capelli, un sacco conteneva i tagli di stoffa da offrire in contropartita, un altro di grossa tela faceva da sacco a pelo per le notti trascorse in fienili o pagliai. Il materiale veniva concentrato in punti di raccolta. Un pelassier metteva mediamente insieme dai 50 agli 80 chilogrammi di capelli. Alcuni effettuavano subito la rivendita al grossista, altri portavano la merce a Saluzzo dove, prima del rientro a Elva, si svolgeva un vero e proprio mercato. La merce era valutata in relazione a finezza, ondulazione, colore e lunghezza. Unità di misura il peso, salvo i casi di trecce di particolare lunghezza che facevano caso a sé e spuntavano prezzi molto elevati.
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| Lhi pels dal penche (bora) |
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Dins l'istòria di pelassiers una part particulara es ocupaa da "lhi pels dal penche o bora", val a dir aquò que restava sal penche; un escart que, normalament paragonat a qualquaren de gaire o deguna valor, dins lo cas de la culhia di pels era ren parelh. La question es que las tressas eron de mai en mai rairas e, per sodisfar la demanda, chalgut que lhi pelassiers taquesson a chatar decò la bora, lhi pels que restavon ental penche quora las fremas se penchenavon. Las fremas se pilhavon la pena de lhi reculhir dins una boata o dins una tasqueta de tela, sovent après lhi aver enrocats a riçolin a l'entorn dal det parelh da facilitar qui lhi auria puei trabalhats. Lo pelassier passava vinca tant a retirar la marchandisa. A dir lo ver aquel trabalh lo fasion decò lhi ambulants d'autri mestiers que, darreire a na misèria de sòlds, donavon la ròba al pelassier, solet eretier d'aquela art per la lavoracion e la comercializacion dal produch finit al fabricant de perrucas. Se per achatar lhi pels, lhi elvés avion la concurrença d'autra gent coma lhi sicilians, per çò qu'es la preparacion de la bora degun polia lor soflar dessot lo nas, eron lhi mielhs e famós en tota Euròpa. Ben pr'aquò aquel trabalh de laboratòri es devengut de mai en mai important per lhi pelassiers, un ver mestier que regardava tot lo país. Vist que la rendia ben, avion tacat a trabalhar decò lhi pels normals que derant vendion directament. L'uvèrn, dins de laboratòris, trabalhavon las fremas que restavon ailamont e parelh se ditz que a Èlva, ental 1920-30, mai que la meitat di mila abitants tabalhesson enti pels. Aquò a fach créisser la richessa ental país e ben qualqu'un a pensat ben d'abandonar lo trabalh de la campanha e meirar lhi laboratòris di pels a Draonier o a Saluces. Un coma Pròt d'Isaia a fins tacat a fabricar las perrucas abo un laboratòri a Vilafalet que donava trabalh a un'ochantena de filhas, après qu'avia já dubèrt una botiea a París e un laboratòri a Londres ente lo comerci era bòn e rendia ben perqué lo govèrn, fins da l'800, passava las perrucas a las fremas que n'avion de manca. Lo nebot d'aquel Pròt d'Isaia a fach lo mestier a Londres fins a lhi ans '90. A Saluces la familha de Virgilio Somà, un autre nebot de Pròt d'Isaia, trabalha encà al jorn d'encuei e fai, abo de pels vers, de perrucas ben apreciaas sal marchat.
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| I capelli del pettine |
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| Nella storia dei pelassiers un capitolo particolare occupano i pels dal penche (i capelli del pettine), vale a dire il cascame trattenuto dal pettine o dalla spazzola. Uno scarto quindi, donde l'uso d... [continua...]
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Nella storia dei pelassiers un capitolo particolare occupano i pels dal penche (i capelli del pettine), vale a dire il cascame trattenuto dal pettine o dalla spazzola. Uno scarto quindi, donde l'uso di paragonare a essi le cose di poco o nullo conto e valore. Nel caso della raccolta dei capelli non era però così. La domanda di materia prima per parrucche, posticci e affini ebbe momenti in cui la raccolta ordinaria risultava insufficiente. Da qui l'utilizzo anche dei cascami rimasti impigliati tra denti e setole. La donna interessata alla loro vendita aveva cura di raccoglierli in una scatola o in un sacchetto, meglio se prima arrotolati a ricciolo intorno al dito così da facilitare chi li avrebbe poi lavorati. Subentrava quindi il pelassier che in uno dei suoi periodici passaggi ritirava la merce. In realtà lo facevano anche gli ambulanti di altri mestieri i quali la cedevano successivamente con un piccolo lucro al pelassier, unico depositario dell'arte necessaria alla lavorazione e alla successiva vendita del prodotto rifinito al fabbrican- 10 te di parrucche e affini. È questo il punto che dà particolare rilevanza ai pels dal penche: essi infatti non potevano venire commerciati senza una preparazione preventiva, cosa non richiesta per le trecce e i capelli provenienti da tagli regolari. Era una lavorazione lunga e meticolosa di pulizia, selezione in base a colore e lunghezza fino alla preparazione delle "mazze" dove i bulbi dovevano risultare allineati tutti da una stessa parte. Ne derivò un vero e proprio artigianato, un'attività nuova che si aggiunse a quella primaria della semplice raccolta e vendita dei capelli. Con una conseguenza importante. Risultando questo un lavoro lucrativo, incoraggiato per di più dai grossisti e dai fabbricanti, fu naturale estenderlo anche ai capelli ordinari. Tutta Elva divenne un laboratorio coinvolgendo pure coloro che restavano al paese, le donne soprattutto. Secondo una stima, negli anni venti-trenta del novecento, su poco più di mille abitanti almeno cinquecento erano occupati nella lavorazione dei capelli. Alcuni laboratori giungevano a impiegare anche 12 lavoranti; erano per lo più giovani donne ma pure quelle maritate, impegnate da casa e famiglia, la praticavano diffusamente tra le mura domestiche. Crebbe il reddito e addirittura, col tempo, non mancarono i casi di emigrazione permanente: elvesi che, abbandonata ormai l'agricoltura, trasferirono il proprio laboratorio in località meglio posizionate quali ad esempio Dronero o Saluzzo. Senza contare chi arrivò ai vertici del processo produttivo diventando fabbricante di parrucche a dimensione internazionale. Un nome? Isaia, con un percorso a tappe Villafalletto, Parigi, Londra.
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| Testimonianças |
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| Lo mestier di pelassiers s'es tupit a pichòt fuec après la derriera guèrra. Resta viu lo recòrd passat, de generacion en generacion, mas se fai totjorn mai debla la memòria de çò que efectivament fogu... [continua...]
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 Lo mestier di pelassiers s'es tupit a pichòt fuec après la derriera guèrra. Resta viu lo recòrd passat, de generacion en generacion, mas se fai totjorn mai debla la memòria de çò que efectivament foguesse e quala societat e besonhs representesse. Ben pr'aquò son preciós lhi dui volums "il mondo dei vinti" e "l'anello forte" de Nuto Revelli. L'autor repòrta las testimonianças d'un baron de montanars de las valadas sud-occidentalas dal Piemont reculhias de persona entre lo 1970 e lo 1980. Son de quadres de vita ente naissença, mòrt, trabalh, natura, guèrra, alimentacion, escòla, clima, fèstas, vias, mariatges,... tot figura, sensa excepcions ni falsitats. Chasque moment de l'existença umana, individuala o collectiva, apareis aquí dedins. Que lo protagonista sie òme o frema d'Èlva, lo tema "pelassier" ven fòra abo granda frequença e abo una immediatessa qu'estona, vist que lo mai di bòts son de memòrias de ben d'ans derant. Es la confèrma de coma sie estat ren masque un fach únic e original, mas decò un fach uman, social e cultural de granda espessor, part viva e importanta de l'istòria alpina.
Daniele Mattalia, naissut a Èlva, lèva1897, païsan (3 de febrier dal 1973; Letizia e Ines Cavalcanti) Mi aviu catòrze ans quora siu anat lo premier bòt ental Vénet a chatar lhi pels, siu anat en província de Udine abo dui sòci, un miu cosin dal 1887 e un autre. En Vénet la lhi avia una misèria encara mai granda que dins nòstras valadas. Ailai lo pan lo veion jamai. Mi las províncias dal Vénet las ai passaas totas. Achatavon masque tressas, lhi pels dal penche nos interessavon ren. Partion vèrs la fins de setembre e tornavon a Èlva ai premiers de junh. Se me fasia ben pena de talhar las tressas a las bèlas mendias? Oh, masque arrubar-lhi! Nòstre problèma era de laissar sus la tèsta masque pus una corona de pels. Las filhetas de dètz, dotze ans ploravon, mas las maires avion de manca de sòlds e nos ajuavon. Quantas tressas ai talhat a Udine! Pagavon cinc o dètz liras per tressa, mas las liras d'un bòt valion mai di bilhets da mila d'aüra. Anavon d'un país a l'autre, en chaminant. Nòstre magasin era a Cittadella en província de Padova: aquí abaronavon lhi pels e ricevion lhi sòlds per achatar. Dessot lhi cinquanta centims de lonjor se talhava ren, a menc que foguesson pels especials, lo ver blanc, lo ver blond o lo ver nier, mas lo pel mai estimat era de color blanc cenre; nosautri pagavon sempre derant de talhar. En província de Venezia ai talhat de pels lòngs un mètre e vint, que pesavon tres ectos, e dui ectos lhi aviu encara laissat sus aquelas tèstas. Entravon dins las corts ente lhi avia de familhas numerosas, tota gent en misèria. Era parelh ailaval, en montanha coma en planura. Chasque sason volia dir dui quintals de pels, un bèl sac plen. Lhi pels peson coma lo plomb, tu! Dui mila liras de ganh a tèsta, eron sòlds, en aquilhi temps una vacha valia cinc cents liras. Un an sem partits da Orsinocci de Verona a pèds, per risparmiar l'espesa dal tren: ental vir de na setmana sem arrubats a pèds a Èlva. Eh, tenir le dètz liras dal viatge era important.
Giovanni Pietro Mustat, naissut a Èlva, lèva 1907, païsan (9 de mai dal 1973; Ines Cavalcanti, Dario Anghilante) Un uvèrn, abo mon barba, siu anat talhar lhi pels a las fremas. Sem passats da lhi cants de Piachença, avem atraversat las valadas de Brescia e Bergamo e sem arrubat en Trentin. Aviu setze ans. Nosautri achatavon masque las tressas, lhi pels dal penche nos interessavon ren. Penchenavon las filhas e puei talhavon lhi pels, a zèro; laissavon masque na corona a l'entorn la tèsta, coma aquò penchenant vèrs lo centre, lhi gaire de pels que restavon curbion un pauc lo blanc... fasia estarús de vèire aquelas fremas totas pelaas... Un viatge, dins una valada de Bergamo ente era sautat lo barratge, mon barba a vist de filhas intrar dins una filadura. M'a dich: . Alora me siu fach coratge e lo sera siu anat. Ai tacat a parlar e après una brisa lor ai demandat que me donesson un pauc di lors pels. Dedins l'estable la lhi avia decò las maires, qu'an tacat a dir: "mas acontenta-lo un pauc aqueste brave jove!". Parelh ai talhat lhi pels a totas uech las filhas, qualqu'una d'aquelas tressas era de granda belessa, valia cent bòts aquelas normalas. A la premiera ai agut una brisa paor, se se butava a plorar me fasia escapar totas las autras! Aürosament a ren plorat, al contrari riïa, e decò las autras eron contentas, riïon.
Caterina Lombardo, veva Garnero, naissua a Èlva, lèva 1901 (25 de genoier dal 1979; Dalmazzo Giraudo) A catòrze ans siu anaa a trabalhar lhi pels, mi e las mias sòrres. Anavon da mon conhat, Cavalcanti Onorato, eron sieis o sèt filhas a trabalar dins son laboratòri. Trabalhavon lhi pels dal penche, las cacanas. Dins lhi collèges, las filhas que se penchenavon eron blondas e brunas, parelh a nosautri arribavon de vertolhs de pels tuchi mesclats que devion èsser triats segond la color. Lhi avia un fèrre, coma foguesse na lesna da calier, e abo aquò se tacava a escharpir aquelas cacanas, per desgavinhar lhi pels. Après fasíem la mana. Butavem aquilhi pels já eslonjat sus la fauda e lhi viravem a èlica. Après lhi passavem a la brústia per ben lhi desténder. An aquela mira chalia lhi lavar dins l'aiga chauda e sòda en maniera da butar totas las tèstas, las raïtz, dal mesme cant. Lhi lavavem puei encà n'autre bòt per far-lhi ben lúser. Lhi triavem per lonjor e lhi liavem e, un bòt eissuchs, eron prests per ne'n far de perrucas. Lo ganh? Doas liras lo jorn pr'aquilhi que fasion las tèstas e dotze sòlds per qui escharpia. Per lo comèrci, lo mai qu'anava ben era derant la guèrra dal '15... Decò mi ai vendut lhi pels, per ben tres bòts. La darriera vinca aviu dètz-e-uech ans. Deguna pena, totas las filhas vendion lhi pels. Nos laissavon masque na corona s'la tèsta.
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| Testimonianze |
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 Il mestiere di pelassier si è estinto nell'ultimo dopoguerra. Ne resta vivo il ricordo tramandato da generazione in generazione, ma si fa sempre più labile la memoria di cosa effettivamente fosse, quale società e quali bisogni riflettesse. A questi effetti sono preziosissimi i due volumi "Il mondo dei vinti" e "L'anello forte" di Nuto Revelli. L'autore vi riporta testualmente le testimonianze di tanti montanari delle valli sud-occidentali del Piemonte raccolte personalmente tra 1970 e 1980. Sono quadri di vita in cui nascita, morte, lavoro, natura, guerra, alimentazione, scuola, clima, feste, strade, matrimonio, ... tutto vi figura, senza eccezioni né infingimenti. Ogni momento dell'esistenza umana, individuale o collettiva, vi compare. Quando il protagonista è uomo o donna di Elva, il tema "pelassier" viene fuori con grande frequenza e con una immediatezza che stupisce dato che il più delle volte si tratta di memorie di molti anni prima. È la riprova di come si sia trattato non soltanto di un fatto unico ed originale ma anche di un fenomeno umano, sociale e culturale di grande spessore, parte viva ed importante della storia alpina.
Daniele Mattalia, nato a Elva, classe 1897, contadino (3 febbraio 1973; Letizia e Ines Cavalcanti) "Io avevo quattordici anni quando sono andato la prima volta sul Veneto a comprare i capelli, sono andato in provincia di Udine con due soci, un mio cugino del 1887 e un altro. Nel Veneto c'era una miseria ancora più grossa che nelle nostre valli. Là il pane non lo vedevano mai. Io le province del Veneto le ho passate tutte. Compravamo solo trecce nel Veneto, i pels dal penche non ci interessavano. Partivamo verso la fine di settembre, tornavamo a Elva ai primi di giugno. Se mi faceva pena tagliare le trecce alle belle ragazze! Oh, solo arrivarci... Il nostro problema era di lasciare sulla testa delle ragazze solo più una corona di capelli. Le ragazzine di dieci, dodici anni piangevano. Ma le madri avevano bisogno di soldi e ci facilitavano il lavoro. Quante trecce ho tagliato ad Udine! Pagavamo cinque o dieci lire per treccia, ma le lire di allora valevano di più dei biglietti da mille di adesso. Andavamo da un paese all'altro, camminando. Il nostro deposito era a Cittadella in provincia di Padova: i capelli li immagazzinavamo lì, e sempre lì ricevevamo i soldi per gli acquisti. Sotto i cinquanta centimetri di lunghezza non tagliavamo, a meno che fossero capelli speciali, il vero bianco o il vero biondo o il vero nero. Ma il capello più pregiato aveva il colore bianco cenere, i capelli li pagavamo sempre prima di tagliarli. In provincia di Venezia ho tagliato dei capelli lunghi un metro e venti, che pesavano tre etti, e due etti li avevo ancora lasciati su quelle teste. Entravamo nei cortili dove c'erano tante famiglie grosse, e tutta gente in miseria. Era così nelle montagne del Veneto, ma anche in pianura. Ogni stagione voleva dire due quintali di capelli, un bel sacco pieno, i capelli pesano come il piombo. Duemila lire di guadagno per ognuno di noi tre, erano soldi, in quei tempi una vacca valeva cinquecento lire. Un anno siamo partiti da Orsinocci di Verona a piedi, per risparmiare la spesa del treno: in poco più di una settimana siamo arrivati a piedi sino ad Elva. Eh, risparmiare le dieci lire di viaggio era importante".
Giovanni Pietro Mustat, nato a Elva, classe 1907, contadino (9 maggio 1973; Ines Cavalcanti, Dario Anghilante) "Un inverno, con mio zio, sono andato a tagliare i capelli alle donne. Siamo passati dalle parti di Piacenza, abbiamo raggiunto le valli di Brescia e di Bergamo, e poi siamo arrivati nel Trentino. Avevo sedici anni. Compravamo soltanto le trecce, i pels dal penche non ci interessavano. Pettinavamo le ragazze e poi avanti con il taglio dei capelli, a zero, mi faceva impressione vedere quelle donne proprio rasate, lasciavamo solo una corona in circolo, così pettinando verso il centro della testa i pochi capelli rimasti riuscivano a coprire un po' il bianco. Una volta, in una valle di Bergamo dove era saltata la diga, mio zio ha visto tante ragazze che entravano in una filatura. Mi ha detto: «Oh, ho visto due o tre ragazze che hanno dei capelli biondi e ricci bellissimi. Io ho provato, ma ho combinato niente. Devi anda- re tu che sei giovane. Le aspetti quando escono dal lavoro e ti fai invitare stasera alla veglia». Allora mi sono fatto coraggio, alla sera sono andato alla veglia con quel gruppo di ragazze. Ho preso a parlare, poi ho chiesto che mi dessero un po' dei loro capelli, Nella stalla c'erano anche le madri, hanno cominciato a dire: "ma accontentatelo un po' questo bravo giovane". Ho tagliato i capelli a tutte otto quelle ragazze, alcune di quelle trecce erano bellissime, valevano cento volte le trecce comuni. A tagliare alla prima ho avuto un po' di paura, se piangeva mi comprometteva il taglio di tutte le altre. Non ha pianto, anzi rideva, e anche le altre erano allegre, ridevano".
Caterina Lombardo, vedova Garnero, nata a Elva, classe 1901 (25 gennaio 1979; Dalmazzo Giraudo) A quattordici anni sono andata a lavorare i capelli, io e le mie sorelle. Andavamo da mio cognato, Cavalcanti Onorato, eravamo sei o sette ragazze a lavorare nella sua stanza. Lavoravamo i capelli del pettine, las cacanas 'd pels. Nei collegi pettinavano le bionde e le nere ed a noi arrivavano quei grovigli lì di capelli mischiati e bisognava sceglierli per colore. C'era un ferro, una specie di ago da calzolaio e si faceva così e così per districare, per distendere questi capelli già divisi per colore. Poi facevamo la mana. Mettevamo in grembo un mucchietto di questi capelli stirati e li avvitavamo, li arrotolavamo come a fare un pan di burro. Poi li districavamo sul pettine, in maniera che i capelli ritornassero ben distesi. Li mettevamo poi a bagno nell'acqua calda, acqua calda e soda, per rivoltarli, perché le teste, cioè le radici, andassero tutte assieme. Ancora un'altra lavatura perché diventassero ben lucenti, una scelta per lunghezza, la legatura, ed una volta asciutti erano pronti per fare la parrucca. Il guadagno? Due lire al giorno a chi faceva le teste ed alle altre che pettinavano dodici soldi. Il commercio più che andava era prima della guerra del '15. ... Anch'io ho venduto tre volte i miei capelli. L'ultima volta avevo diciotto anni. Nessuna pena, tutte le ragazze vendevano i capelli. Ci lasciavano solo una corona in testa".
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